Prendo spunto da un articolo apparso su Punto Informatico il 21 giugno scorso.
In tale trafiletto viene riproposto l’intervento di Ennio Lucarelli, presidente dell'associazione delle imprese informatiche italiane Aitech-Assinform, in occasione della presentazione del Rapporto Assinform 2006 (lo studio annuale che disegna il profilo dell'informatica italiana) al ministro all'Innovazione nella PA Luigi Nicolais: "L'Italia non si sviluppa, la sua economia non cresce perché non innova e, in particolare, non investe in Information Technology. Oggi la domanda mondiale dell'ICT cresce a ritmi più sostenuti dell'economia e il suo motore è proprio l'IT. Si evidenzia ormai una stretta relazione fra investimenti in IT e crescita del PIL. In Italia la crescita dell'IT è molto modesta e abbiamo un PIL quasi fermo".
Un ritardo eclatante, tutto italiano, in materia di innovazione: l'Europa, statistiche alla mano, si muove e gli investimenti in IT nel 2005 sono cresciuti nell'area Euro del 2,1 per cento. In Italia? Sono scesi dello 0,6 per cento. Ma non è tutto: nel Mondo, l'IT nel 2005 è salito al 5,4 per cento del PIL (Cina al 20 per cento, USA al 5 per cento, Europa al 3,5 per cento), in Italia nello stesso periodo è cresciuta allo 0,9 per cento.
E le previsioni per l’anno in corso non sono entusiasmanti: per il 2006 si parla di una conferma dello 0,9 per cento nei primi tre mesi dell'anno, in crescita rispetto allo 0,5 dello stesso periodo 2005. Se si affermerà la crescita che è nelle previsioni dell'associazione, comunque non si supererà quota 1,2 per cento a fine 2006. Da notare che a stimolare questa crescita sono però i privati, perché le spese in innovazione della PA hanno subito un drastico taglio dall'ultima finanziaria (-38 per cento). E parliamo di una PA che già investe pochissimo in IT, 51,3 euro per abitante, un dato che colloca il Belpaese tra i meno propensi all'innovazione nella PA nel consesso europeo.
L’articolo poi prosegue (potete trovare la versione completa a questo link), citando anche l'annosa questione che contrappone sul mercato società private IT a società a capitale pubblico di servizi informatici che operano in un regime protetto, in quanto "interne" alla PA, e spesso al di fuori di logiche di mercato, coi risultati che si può ben immaginare per le piccole imprese.
Quello che mi chiedo è il perché di questa inerzia collettiva (e penso tanto alle Pubbliche Amministrazioni, quanto ai privati)? Si fa un gran parlare di giovani e innovazione, di favorire lo sviluppo locale, ma poi – a conti fatti - molte aziende preferiscono rivolgersi a grandi nomi o mettersi nelle mani di colossi multinazionali (con grande gioia di questi ultimi, naturalmente) piuttosto che dar fiducia alle piccole e medie realtà vicine. È chiaro che per diventare grandi occorre prima di tutto crescere, e per crescere occorre guadagnarsi la fiducia di qualcuno: insomma, è davvero un serpente che si morde la coda? Il destino dei piccoli è languire impotenti di fronte alla grande macchina commerciale delle grosse realtà?